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Nuova cultura del tempo

A parte una sviscerata passione popolare per il melodramma (Verdi e Toscanini sono nativi del parmense), questa zona, come del resto tutta l’Italia settentrionale toccata dall’industrializzazione, ha irreparabilmente perso le sue manifestazioni d’arte popolare. Della musica tradizionale dell’Appennino parmense e piacentino si è conservato poco: le danze, qualche furlana e qualche giga. Già sul finire del secolo scorso il valzer, la polka e la mazurca hanno spodestato la musica locale contribuendo a far cadere in disuso strumenti tipici popolari quali il violino, la chitarra, il mandolino, la ghironda – strumento preferito dai suonatori della Val Taro che viaggiavano per tutta Europa – e la piva, che dava il nome ad un’antica danza di cui si hanno solo confusi e contraddittori racconti: si sa che era un ballo tondo e, visto un modo di dire locale (“essere una piva” si dice di una persona noiosa), forse assai semplice e ripetitivo. Più ricco sembra essere il settore del canto popolare tuttora rintracciabile in numerose manifestazioni e feste dell’Appennino parmense e piacentino. Pur appartenendo ad una fascia folclorica, che si potrebbe definire “padana”, la zona montuosa dell’Appennino piacentino confinante con il genovese ha forti influenze liguri nella fonetica e in alcune forme lessicali, ma anche e soprattutto nell’esecuzione corale del canto popolare: qui infatti sopravvivono ancora significative forme di canto a “trallallero” di chiara ispirazione ligure. Molto materiale etnografico è stato nel corso degli ultimi decenni raccolto, registrato ed analizzato dal Centro Etnografico della Provincia di Piacenza, che costituisce un importante riferimento per gli studi del settore. Una particolare attenzione è stata posta nella conservazione degli oggetti della vita quotidiana: per Parma è da segnalare il Museo Guatelli, sito a Ozzano Taro, lungo la Via Francigena, che raccoglie attrezzi, giocattoli, immagini e vari tipi di strumenti legati alla vita contadina della zona.

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